Intervista a Ilaria Capua: “Mi batto come una leonessa per difendere la scienza”

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205ilariacapuaDibattito Scienza ha intervistato la virologa Ilaria Capua, ricercatrice di fama internazionale che ha deciso di impegnarsi in politica con il partito Scelta Civica. Con la dottoressa Capua abbiamo parlato della proposta di modifica alla direttiva europea sulla sperimentazione animale, ma non solo. Più in generale, come Dibattito Scienza eravamo interessati a capire come il mondo della politica interagisce con quello scientifico: la scienza viene ascoltata? Prima di prendere una decisione, il politico si informa o guarda semplicemente al proprio tornaconto? E cosa può fare una persona che ama la scienza per far sentire la propria voce in Parlamento? Ilaria Capua ha risposto così.


1) Come giudica la decisione del Senato in materia di animali destinati alla sperimentazione?

L’emendamento che è stato approvato dal Senato contiene una serie di indicazioni ragionevoli, come ad esempio la decisione di voler ridurre il numero di animali utilizzati per la sperimentazione. Accanto a questi provvedimenti di buon senso, però, ci sono misure che di fatto taglierebbero fuori la ricerca italiana dall’Europa, perché impongono vincoli e divieti che i colleghi degli altri Paesi europei non hanno. Penso ad esempio al comma e), che intende vietare gli esperimenti che non prevedono anestesia, o al comma f), che vieta gli xenotrapianti e la ricerca sulle sostanze d’abuso. Con questi vincoli, i nostri ricercatori non potranno più competere a livello europeo. Tra l’altro, quando il governo recepirà la direttiva, non potrà farlo introducendo misure più restrittive rispetto al testo originale, altrimenti correremmo il rischio di incorrere in una procedura di infrazione. C’è poi un problema di tempistiche: se la Camera non approverà l’emendamento, il provvedimento ritornerà al Senato che dovrà rimetterci mano. Questo allungherebbe notevolmente i tempi per il recepimento, cosa ancora più grave perché il pacchetto di leggi europee deve essere approvato insieme, e noi abbiamo già accumulato enormi ritardi nel recepimento delle direttive. In ogni caso stiamo parlando di un disegno di legge che delega il governo al recepimento di direttive europee. Quindi in ogni caso sarà il governo che dovrà proporre un testo definitivo (che potrà contenere o meno l’emendamento, o anche solo parte di esso) che poi dovrà essere ridiscusso in parlamento. Io mi sto battendo come una leonessa per far valere le ragioni della scienza, cercando anche alleanze trasversali con esponenti di altri partiti, ma non è facile.

2) Chi segue la scienza ha spesso l’impressione che i politici abbiano la tendenza a sacrificare il progresso scientifico per guadagnare consensi da spendere altrove. Questa sensazione è stata confermata più volte, anche in tempi recenti (oltre agli emendamenti sulla sperimentazione animale, si pensi ad esempio al caso Stamina o alla mozione sugli OGM). Lei cosa ne pensa? È almeno in parte così?

È vero: spesso assisto a delle prese di posizione assolutamente non scientifiche, che tuttavia trovano ricettività da parte di un’ampia percentuale del Parlamento. Il problema è che la voce dello scienziato è minoritaria, è una tra tante e per questo conta relativamente. Spesso, ad esempio, mi dicono che bisogna trovare delle mediazioni, altrimenti i tempi si allungano e non si fanno passi avanti. C’è poi un’altra cosa che ho notato, ad esempio nel modo in cui è stato gestito il caso Stamina. Quando si trattano temi scientifici, gli scienziati italiani raramente vengono ascoltati: è necessario che intervenga qualcuno dall’esterno come Nature per far sentire veramente la voce della scienza e costringere il Parlamento a tornare sui suoi passi. I nostri ricercatori hanno cercato in tutti i modi di sottolineare la mancanza di basi scientifiche nel metodo Stamina, ma sono rimasti inascoltati.

3) Alcune proposte di legge, soprattutto in ambito scientifico-tecnologico, richiedono competenze molto specifiche che spesso i politici non hanno. In questi casi, come si organizzano i gruppi parlamentari per decidere cosa appoggiare e cosa no? Quali fonti di informazione utilizza il Parlamento per prendere le sue decisioni su temi scientificamente rilevanti?

Su questo non so dare una risposta certa, perché non conosco ancora bene le dinamiche parlamentari. Quello che posso dire è che il Parlamento tende a intervenire solo quando c’è clamore mediatico. Si pensi al caso Stamina: il politico vuole accontentare la gente, per lui è importante avere il consenso popolare.

4) Chi si occupa di scienza rimane spesso allibito di fronte all’infondatezza di alcune dichiarazioni rilasciate dai parlamentari sui temi scientifici: lei pensa sia mancanza di informazione? Pensa che sia accettabile? E in caso contrario in quanto parlamentare come pensa di contrastare il verificarsi di questi fatti?

Parlo di ciò che conosco, nel caso specifico la questione della sperimentazione animale. Il problema, quando si affrontano temi di rilevanza scientifica, è che chi possiede le informazioni necessarie è soltanto una voce tra le tante. Non chiedono solo a me, che conosco la materia, ma anche ad altre persone: tutti esprimono la propria opinione. Alla fine il parere di chi è competente su un tema conta allo stesso modo di chi non la conosce, e si giunge a dei compromessi per accontentare il maggior numero di soggetti possibile.

5) Cosa crede possano fare le persone interessate alla scienza per avere più voce nel dibattito politico?

Spingere le persone che si occupano di scienza a dialogare con la politica è uno dei miei obiettivi. Credo che l’unico modo per sensibilizzare i politici sui temi scientifici sia utilizzare la stampa, amplificare il messaggio dello scienziato attraverso i media. Personalmente mi sono sentita molto avvilita quando nessuno mi ha chiamata per dirmi cosa era stato deciso dal Senato in materia di sperimentazione animale. E se faccio notare che la scienza e la ricerca sono importanti, mi viene risposto che in questo momento non sono prioritari. Ripeto, il Parlamento si attiva solo in presenza di un grande clamore mediatico, per questo credo che amplificare il messaggio della scienza attraverso i media sia l’unica strada percorribile.

6) Torniamo all’argomento di maggiore attualità: la sperimentazione animale. Le malattie infettive pongono ancora moltissime sfide, mancano cure o vaccini efficaci per l’AIDS, per alcune forme di tubercolosi, per alcune meningiti, per molte febbri emorragiche. Quella di una pandemia è uno spettro che terrorizza molti. Si possono mettere a punto nuovi farmaci per queste patologie con tecniche in vitro, o che comunque facciano a meno degli animali? Esistono almeno delle tecniche in fase di sviluppo? Se sì, quali?

Nella mia esperienza di virologa, posso dire che per testare un vaccino occorre la risposta dell’organismo nel suo complesso. Per questo è necessaria la sperimentazione animale, non è sufficiente fare esperimenti su una cellula o in vitro: è la risposta dell’organismo quella che conta. Approcci alternativi purtroppo non ce ne sono al momento, esistono tecniche abbastanza complesse allo studio, però siamo molto lontani dall’avere un surrogato di un organismo vivente.

7) Molti oppositori alla sperimentazione animale affermano che chi la effettua agisce per opportunità personale e nel disprezzo della vita degli animali. Come si sente di fronte a queste accuse, lei che, oltre a lavorare nella ricerca, è anche veterinaria? Cosa l’ha spinta a lavorare in un campo dove si fa sperimentazione animale?

A questo proposito vorrei chiarire una cosa: i ricercatori non hanno alcun interesse ad avere animali sofferenti. Affinché i risultati di un esperimento siano affidabili, è necessario che l’animale sia nelle migliori condizioni di salute possibili; se l’animale è in uno stato di sofferenza, entrano in gioco altri fattori confondenti, e l’esperimento viene falsato. I nostri stabulari sono ormai quasi degli hotel a 5 stelle, utilizziamo tutti gli accorgimenti e le strumentazioni necessarie per tenere gli animali nelle migliori condizioni possibili. Considerate che gli stabulari sono controllati da veterinari specializzati in medicina degli animali da laboratorio e non credo che i veterinari abbiano interesse a far soffrire gli animali. Chi si oppone alla sperimentazione animale adducendo queste motivazioni esprime un giudizio superficiale, probabilmente dopo aver visto delle foto di esperimenti fatti chissà dove, magari in Cina o in altri Paesi nei quali il benessere degli animali da esperimento non è normato.. Come veterinaria e come persona che lavora da 20 anni nella ricerca biomedica, resto sconcertata da certe affermazioni, le trovo superficiali e strumentali. Il convincimento che i ricercatori operino nel disprezzo della vita degli animali mi dà la pelle d’oca: ripeto, i ricercatori non hanno nessun interesse né tanto meno nessun desiderio di far soffrire gli animali.

8) Lei è nota per il suo atteggiamento anticonformista e per le sue battaglie in favore della libera condivisione dei risultati scientifici. Cosa risponde a chi dice che chi fa sperimentazione con gli animali è motivato dagli interessi delle industrie del farmaco?

La sperimentazione animale è un passaggio assolutamente necessario per portare avanti alcuni filoni di ricerca. E riguardo alle industrie farmaceutiche, ho interagito spesso con persone che ci lavorano e posso dire con certezza che, al contrario di quanto affermano gli oppositori della sperimentazione animale, queste aziende hanno interesse a ridurre al minimo il numero di animali utilizzati. L’idea che si faccia sperimentazione animale solo per soddisfare gli interessi dell’industria del farmaco è strumentale ed è pura demagogia.

9) Vuole lanciare un messaggio a chi si oppone alla sperimentazione animale?

Sì, vorrei invitarli a riflettere. Se davvero credete che la sperimentazione animale sia un atto criminale, allora per coerenza non dovreste curare né voi né i vostri figli e neppure i vostri cani, gatti e cavalli con qualsiasi farmaco che sia stato sperimentato sugli animali (cioè la stragrande maggioranza). Facciamo un esempio concreto: gli xenotrapianti che il Senato vuole vietare sono fondamentali nella messa a punto dei protocolli terapeutici in campo oncologico. Se disgraziatamente foste affetti da una forma di cancro, rinuncereste a curarvi con una terapia (ad esempio con la chemioterapia) perché testata su animali? Ed inoltre, vi assumereste la responsabilità di far morire di leucemia anche un solo bambino perché un nuovo farmaco promettente non è stato sperimentato a sufficienza e quindi non può essere messo sul mercato?

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