Elezioni Europee – Le risposte dei partiti

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PDVERDIFAREIn occasione delle Elezioni Europee, il gruppo Dibattito Scienza ha posto cinque domande ai partiti candidati. Hanno risposto il Partito Democratico, la lista Green Italia Verdi Europei e Fare per Fermare il Declino, che fa parte della lista Scelta Europea. Vi riportiamo, in ordine di arrivo, le risposte pervenute.



PARTITO DEMOCRATICO

pd_logo1. Attualmente l’autorizzazione all’immissione in commercio di varietà agricole geneticamente modificate (OGM) viene rilasciata direttamente a livello europeo. Ritiene soddisfacente questa situazione, e la procedura relativa? In caso contrario, che cosa cambierebbe?

L’introduzione di organismi geneticamente modificati (OGM) nella filiera agroalimentare nazionale ha suscitato sin dall’origine controversie e contrapposizioni assai vive tra le istituzioni europee, favorevoli agli OGM, e i cittadini comunitari, da sempre contrari. Tale contrapposizione non è stata superata e risolta dalla legislazione comunitaria che, al contrario, ne sancisce l’esistenza, soprattutto sulle due questioni più importanti in materia di OGM, ossia la coesistenza tra colture OGM e colture convenzionali e l’etichettatura. Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina ha in più occasioni annunciato la sua intenzione di ridiscutere il Dossier Ogm in sede europea, ma è bene ricordare che già il Parlamento italiano (Senato e Camera) si è espresso per chiedere la possibilità di modificare le procedure al fine di accrescere l’ambito di autonomia dei singoli stati nel chiedere la clausola di salvaguardia non solo per ragioni ambientali, ma anche economico sociali. Ed il decreto 12 luglio 2013 emanato un anno fa dai ministri dell’Ambiente, della Salute e dell’Agricoltura va esattamente nella direzione di affermare tale autonomia. Una autonomia chiaramente confermata nella sua legittimità anche dalla recente sentenza di rigetto del ricorso presentato al decreto, dal TAR del Lazio. Vogliamo inoltre ricordare che anche la Francia ha recentemente affermato con legge nazionale il divieto di coltivazione e di ingresso di semi OGM. La nostra posizione è quindi orientata a rivedere le procedure accrescendo l’autonomia dei singoli Stati che intendono investire con chiarezza sulla biodiversità agricola, alimentare, ambientale e ci attendiamo un ruolo protagonista del nostro Paese durante il semestre di nostra competenza.

2. Secondo l’ACEA (Associazione dei Costruttori Europei di Automobili), le misure europee sulle emissioni di CO2 penalizzeranno la competitività dell’industria automobilistica di tutto il continente. Considerato che il trasporto su gomma contribuisce comunque a circa 1/5 delle emissioni ed è l’unico in aumento, lei come affronterà la questione?

Il trasporto rimane una delle voci più inquinanti nell’elenco delle attività umane. Secondo la Commissione europea per il clima, il settore dei trasporti (compresi treni e aerei) causa un quinto delle emissioni di gas serra nel Continente; soltanto la produzione di energia inquina di più. In particolare, il trasporto su strada provoca quasi il 18% delle emissioni totali. L’incidenza delle emissioni di CO2 determinate dal trasporto su gomma impone un impegno di intervento anche su questo fronte, perché si raggiungano gli obiettivi di riduzione di CO2 già fissati dal pacchetto 2020 e perché si fissino nuovi obiettivi, vincolanti, al 2030. Per far questo occorrerà spingere verso una “riconversione ecologica” del parco auto e dei mezzi di trasporto su gomma a livello europeo, sostenendo gli investimenti in termini di innovazione e ricerca dell’industria automobilistica che vanno in questa direzione. Ma una più efficace risposta in termini di riduzione delle emissioni si potrà ottenere solo attraverso politiche di ripensamento della mobilità a scala europea, che privilegino il trasporto su ferro: per i mezzi pesanti l’Europa ci chiede di spostare il 30% del trasporto merci su gomma (per le percorrenze superiori a 300 km) verso la ferrovia e le vie navigabili entro il 2030. Ma anche forme di mobilità alternativa, utilizzando le possibilità di investire in politiche di riqualificazione urbana, di creazione di smart cities e di mobilità sostenibile. Il Libro Bianco sui Trasporti individua l’obiettivo di “dimezzare entro il 2030 nei trasporti urbani l’uso delle autovetture alimentate con carburanti tradizionali ed eliminarlo del tutto entro il 2050”.

3. Il prossimo Parlamento voterà il pacchetto su rinnovabili ed emissioni di gas serra proposto dalla Commissione Europea per il 2030. Quali misure ritiene adeguate e di quali proporrà invece una modifica?

Con la Comunicazione COM(2014) 15 del 22 gennaio 2014 – Pacchetto clima-energia per il 2030 – la Commissione Europea ha proposto nuovi obiettivi per il 2030: ridurre le emissioni clima alteranti del 40% rispetto al 1990 e garantire una quota di rinnovabili a livello europeo di almeno il 27% dei consumi energetici finali. A febbraio, l’Europarlamento ha alzato ulteriormente l’asticella, pronunciandosi a favore di un triplice target vincolante da declinare in obiettivi nazionali (altrettanto obbligatori): riduzione del 40% delle emissioni di gas serra, 30% di quota di rinnovabili e aumento dell’efficienza energetica del 40% rispetto allo scenario tendenziale. Noi pensiamo che la discussione che si sta aprendo tra i vari Stati membri deve assolutamente evitare di rimettere in discussione tutti i risultati positivi raggiunti negli ultimi anni, non solo in materia ambientale ma anche per quanto riguarda l’europeizzazione del settore energetico. Sarebbe un errore strategico per l’Europa in generale, e per l’Italia in particolare; il nostro Paese infatti, non potendo competere sui bassi costi dell’energia (che deve importare in modo massiccio dall’estero), ha tutto l’interesse a spingere ancora di più sull’innovazione verde, sulle fonti rinnovabili e soprattutto sull’efficienza energetica, settore in cui abbiamo tecnologie e know-how da esportare in Europa e nel mondo, a patto di avere un quadro normativo chiaro e stabile. Proprio per questo, tenuto conto anche del fatto che nel secondo semestre di quest’anno l’Italia avrà grandi responsabilità anche in materia di guida delle politica energetiche e industriali, e di lotta ai cambiamenti climatici, dovremo fare in modo che su questi temi l’Europa parli in modo univoco, consentendo all’UE di esercitare la necessaria pressione sugli Stati Uniti, sulla Cina e sugli altri paesi perché si trovi un accordo mondiale entro il 2015 sulla riduzione globale delle emissioni di gas serra, anche per garantire un’equa competizione internazionale per le nostre imprese. Come Partito Democratico chiediamo che si punti ad un nuovo pacchetto di misure vincolanti che preveda, entro il 2030, di ridurre del 50% le emissioni di gas di serra rispetto al 1990, di soddisfare il 40% del consumo energetico con fonti rinnovabili e di realizzare misure che consentano un risparmio del 40% dei consumi energetici. Ad oggi il nostro Paese, per rispondere agli impegni di riduzione delle emissioni inquinanti e climalteranti, ha adottato due “documenti programmatici”: la Strategia Energetica Nazionale (SEN), approvata con DM dell’8 marzo 2013, che colloca le politiche verdi in un contesto energetico ampio e il Piano nazionale per la decarbonizzazione, approvato con delibera CIPE n. 17/ 2013, che individua invece un set di misure dettagliato e completo da mettere in campo per la riduzione della CO2. E’ poi in via di adozione al CIPE una delibera che individua le linee strategiche da seguire in via prioritaria per la messa in sicurezza del territorio e per la predisposizione di una Strategia Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici, nell’ambito della Strategia europea di adattamento ai cambiamenti climatici, COM (2013) 216 final.

4. L’Italia ha recentemente recepito la Direttiva Europea 2010/63 che regola l’uso di animali a fini sperimentali, introducendo alcune restrizioni supplementari non previste dalla Direttiva originale. Ritiene che sia l’Italia a dover fare un passo indietro, o l’Europa a introdurre restrizioni analoghe?

L’attenzione al superamento del dolore inutile degli animali è già radicato nella cultura della ricerca scientifica italiana. La nostra visione di ricerca si avvicina più alle regole dell’Europa che alle restrizioni della recente normativa italiana del recepimento. Al tempo stesso, però, anche in linea con i contenuti di Horizon 2020, auspichiamo la implementazione progressiva integrativa ove possibile con tecniche innovative senza uso di animali. Le ricerche oncologiche, quelle sulle malattie neurodegenerative e nel campo delle malattie rare e genetiche allo stato attuale non possono rinunciare totalmente all’uso di animali pertanto siamo nel caso dello xenotrapianto più vicini alla normativa europea.

5. L’ECDC (European Center for Disease Prevention and Control) gestisce programmi specifici per il controllo delle malattie prevenibili coi vaccini. Ritiene adeguati gli attuali programmi? In caso contrario, quali cambiamenti riterrebbe opportuni?

I programmi gestiti dall’ECDC sono adeguati, anche se è necessaria una maggiore sinergia con i livelli competenti dei paesi membri per una dinamica evoluzione dei sistemi di controllo dei vaccini, più stringenti sul piano della sicurezza. Il monitoraggio epidemiologico dei focolai di malattie infettive deve seguire di pari passo quello dei flussi migratori, accompagnato da una adeguata campagna di informazione che prevenga lo strumentale utilizzo della paura delle malattie per reazioni xenofobe. È altresì urgente una condivisa campagna di informazione sulla reale valenza dei vaccini nella prevenzione delle malattie infettive e del Ca della cervice, per il superamento di convinzioni dissuasive che non hanno nulla di scientifico ma che si moltiplicano pericolosamente soprattutto sulla rete.



GREEN ITALIA VERDI EUROPEI

La lista Green Italia Verdi Europei ha risposto soltanto alle prime quattro domande, non avendo una posizione condivisa riguardo alla quinta domanda.

verdi1. Attualmente l’autorizzazione all’immissione in commercio di varietà agricole geneticamente modificate (OGM) viene rilasciata direttamente a livello europeo. Ritiene soddisfacente questa situazione, e la procedura relativa? In caso contrario, che cosa cambierebbe?

Anche se non siamo favorevoli ad una rinazionalizzazione della procedura di autorizzazione deve essere concessa la possibilità ad ogni Stato membro di introdurre misure di divieto di coltivazione OGM. La nostra opposizione all’uso degli OGM in agricoltura e nell’alimentazione è radicale. L’Europa deve essere OGM free, deve essere vietato l’uso di OGM nell’alimentazione animale e umana. Il consumatore deve avere il diritto di sapere cosa mangia, conoscere attraverso l’etichetta il contenuto e la composizione del prodotto alimentare, la provenienza. Rispetto alla PAC l’Europa ha bisogno di un sistema che consenta la tutela della biodiversità ed una più equa distribuzione dei fondi pubblici, che dia maggiore supporto e sostegno ai piccoli agricoltori, alle produzioni e al commercio agricolo locale in modo da avvicinare il produttore al consumatore, alla produzione biologica e ai produttori tradizionali che vogliono cambiare e rendere più verdi i propri metodi.

2. Secondo l’ACEA (Associazione dei Costruttori Europei di Automobili), le misure europee sulle emissioni di CO2 penalizzeranno la competitività dell’industria automobilistica di tutto il continente. Considerato che il trasporto su gomma contribuisce comunque a circa 1/5 delle emissioni ed è l’unico in aumento, lei come affronterà la questione?

Per noi le misure europee sono sin troppo prudenti, abbiamo una posizione estremamente distante da quella di ACEA. Nel 2011 la Commissione Europea ha adottato il nuovo Libro Bianco sui Trasporti – per una politica dei trasporti competitiva e sostenibile” – nel tentativo davvero complesso di coniugare l’incremento della mobilità e la riduzione delle emissioni, con una strategia di ampio respiro e dal lungo orizzonte temporale fino al 2050 dove i trasporti dovranno ridurre del 60% le loro emissioni. Le città entro il 2030 dovranno dimezzare l’uso delle auto con il motore a scoppio ed eliminarle del tutto entro il 2050, sempre nella stessa data la maggior parte del trasporto di medie distanze dei passeggeri deve avvenire mediante ferrovia. Ben il 30% del trasporto delle merci superiore a 300 km deve passare entro il 2030 verso ferrovia e trasporto via mare. Questa quota dovrebbe raggiungere il 50% entro il 2050. Nel trasporto aereo il Libro Bianco propone di aumentare l’uso di carburanti a basse emissioni fino a raggiungere il 40% entro il 2050. Nel trasporto marittimo serve ridurre del 40-50% le emissioni di C02 derivate dagli oli combustibili entro il 2050. Ma poi in concreto nessuna nuova direttiva con limiti più stringenti è stata adottata, ma solo proposta. Anche in Europa dunque, bisogna cambiare “strada” puntando alle seguenti azioni e direttive: Liberare le città dallo smog che ogni anno provoca migliaia di malattie e morti; attuazione del Piano d’Azione per la Mobilità Urbana, con incentivi, risorse e regole concrete per muoversi in modo sostenibile nelle città; riconversione dei progetti per le reti TEN (come la TAV Torino-Lione) verso il finanziamento delle reti su ferro per la mobilità urbana ed il trasporto dei pendolari nelle aree metropolitane; nuova direttiva per la riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera e per la riduzione del rumore con obiettivi stringenti per le automobili, i veicoli commerciali ed i TIR.

3. Il prossimo Parlamento voterà il pacchetto su rinnovabili ed emissioni di gas serra proposto dalla Commissione Europea per il 2030. Quali misure ritiene adeguate e di quali proporrà invece una modifica?

L’Italia e l’Europa devono darsi traguardi più ambiziosi nel taglio di emissioni climalteranti, nello sviluppo delle energie rinnovabili, nel miglioramento dell’efficienza energetica, e devono azzerare immediatamente tutti i nuovi progetti di centrali a carbone (le più dannose per i cambiamenti climatici e per la stessa salute). I difensori dello “status quo” ripetono spesso che in questi tempi di crisi economica l’Italia non può permettersi qualche miliardo di incentivi all’anno per sostenere la crescita delle energie pulite: ma non dicono che da decenni i produttori di energia fossile ricevono sussidi pubblici assai più ricchi, e soprattutto non dicono che i benefici economici dovuti alla crescita dell’energia verde (risparmi sulle importazioni di petrolio e carbone, diminuzione dei costi economici legati all’inquinamento…) superano di gran lunga il peso degli incentivi sulle bollette (secondo stime recenti, nel periodo 2008-2030 i benefici supereranno gli incentivi di 130 miliardi di euro). Un altro argomento “classico” dei nemici delle energie rinnovabili è che per colpa degli incentivi il prezzo dell’energia è molto più alto che nel resto d’Europa: questa semplicemente è una bugia, per esempio se si guarda alla spesa per l’elettricità delle famiglie si vede che le famiglie italiane pagano l’energia meno di quelle tedesche. Infine, la “decarbonizzazione” dei sistemi energetici deve accompagnarsi a uno sforzo radicale per migliorare l’efficienza energetica nei consumi civili, nei trasporti, nell’industria. L’esempio da seguire è quello degli “ecoincentivi” alle ristrutturazioni energetiche degli edifici, in vigore da alcuni anni e grazie ai quali quasi 2 milioni di famiglie hanno realizzato interventi per rendere le loro case meno “energivore”. Un’esperienza virtuosa a 360 gradi, che ha fatto diminuire i consumi di energia per usi domestici, ha ridotto le relative emissioni inquinanti, ha permesso la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro. Stabilizzare ed estendere questo strumento è una via concreta per aiutare sia l’ambiente che il lavoro che l’economia.

4. L’Italia ha recentemente recepito la Direttiva Europea 2010/63 che regola l’uso di animali a fini sperimentali, introducendo alcune restrizioni supplementari non previste dalla Direttiva originale. Ritiene che sia l’Italia a dover fare un passo indietro, o l’Europa a introdurre restrizioni analoghe?

Chiediamo che il Parlamento sia attivo nel dare piena applicazione al riconoscimento degli animali come “esseri senzienti”, facendo pesare questo principio generale nel processo di formazione delle norme della UE. Introduzione del principio del divieto di uccisione di cani e gatti e sviluppo di programmi di prevenzione del randagismo con adeguati programmi di sterilizzazione degli animali randagi e di promozione della loro adozione nei singoli Stati Membri. Dare attuazione dell’Iniziativa dei cittadini STOP VIVISECTION, tramite una nuova norma che sostituisca la Direttiva 2010/63/EU, sostituendo l’utilizzo di animali con metodi alternativi e prevedendo fra l’altro lo sviluppo degli strumenti di innovazione tecnologica nelle future legislazioni europee e finanziamenti associati ai soli metodi sostitutivi.



FARE PER FERMARE IL DECLINO

Fare per Fermare il Declino ha voluto fare la seguente premessa prima di rispondere alle domande: FARE crede in un’idea di Europa federalista, che vuol dire un governo centrale per i grandi temi comuni (es. difesa, politica fiscale, politica estera, etc.), ma ampia libertà agli Stati Membri quando la scelta non induce “esternalità globali” (come nel caso dei vaccini). Detto altrimenti: se un Paese non vaccina i suoi cittadini, per esempio contro il morbillo o la polio, gli effetti negativi ricadono in tutta la Comunità Europea; al contrario, se un Paese vuol farsi male non promuovendo la ricerca scientifica, le conseguenze di tale scelta ricadrebbero solo su di esso.

Logo_FARE_x_FID1. Attualmente l’autorizzazione all’immissione in commercio di varietà agricole geneticamente modificate (OGM) viene rilasciata direttamente a livello europeo. Ritiene soddisfacente questa situazione, e la procedura relativa? In caso contrario, che cosa cambierebbe?

Il dibattito sull’utilizzo delle varietà agricole geneticamente modificate (OGM) è largamente influenzato da posizioni ideologiche aprioristiche e paure irrazionali. Le decisioni politiche che regolamentino la questione sull’uso o meno di tali prodotti dovrebbero prescindere da posizioni di questo tenore. Gli OGM vengono ampiamente utilizzati nel mondo da oltre una quindicina d’anni e si calcola che tre miliardi di persone si alimentino con essi senza alcun effetto dannoso documentato per la salute. Probabilmente i movimenti d’opinione sono condizionati da una letterale interpretazione della definizione “Organismi Geneticamente Modificati”, come se alle spalle ci siano rischiose pratiche di laboratorio foriere di sviluppi e scenari incontrollabili ed irreparabili. In realtà la tecnica di modificare i geni di piante, animali e batteri è vecchia e diffusa. Sono state coltivate rose blu, prodotte specie artificiali di cani, creati batteri con specifiche caratteristiche che prima non esistevano. Solo che prima si procedeva per incroci fra individui con caratteristiche particolari fino a selezionare i caratteri desiderati. Per esempio si praticavano (e si continuano a praticare) incroci in campo o, molto più popolarmente, innesti degli alberi da frutto. Oggi le tecniche di modifica genetica si sono raffinate e si è in grado di intervenire direttamente sul gene. Tuttavia non risulta che, finora, ci siano state conseguenze documentate di effetti nocivi da OGM. Ipotesi sì, fatti certi, no. Un’altra corrente di pensiero che avversa gli OGM si basa sulla paura che si possa in qualche modo contaminare in determinati livelli di ibridazione specie naturali o autoctone. Anche questa è però una ipotesi. Non risulta infatti che un fenomeno del genere sia mai stato osservato. D’altra parte la contaminazione e la colonizzazione di specie autoctone con specie importate è un fenomeno globale, in corso da tempo, con effetti più o meno positivi, ma che difficilmente può essere fermato. Attualmente l’autorizzazione in commercio di varietà agricole OGM viene correttamente rilasciata a livello europeo. La procedura dell’EFSA (Agenzia per gli alimenti europea) per l’approvazione di colture OGM in Europa è molto articolata e complessa. Essa appare in grado di fornire tutte le garanzie necessarie sui possibili effetti della coltivazione degli OGM. D’altra parte, o si ha fiducia negli organismi tecnici, oppure si cambia la loro organizzazione e direzione. Non si può accettare il loro parere solo se è conforme alle proprie convinzioni ideologiche. L’Italia ha impedito l’utilizzo in tutto il territorio di una varietà di mais OGM Monsanto (Mon810) contravvenendo ad un’autorizzazione comunitaria. Questa varietà di mais risulta resistente all’attacco di un parassita, la Piralide, che causa gravi danni alle colture con perdita di raccolto e cattiva qualità organolettica del prodotto finale. Per combattere questo parassita si devono effettuare trattamenti con prodotti chimici altamente tossici e costosi e quindi risulta ovvio il vantaggio da un punto di vista ambientale prima che economico dell’utilizzo di tale varietà. Numerosi altri sono gli esempi di cereali OGM vantaggiosi da questi punti di vista ed infatti vengono normalmente utilizzati nel resto del mondo. La spinta delle multinazionali per imporre loro prodotti non è di per sé un processo da condannare. È compito delle autorità tecniche (l’EFSA) valutare che quanto le multinazionali propongono sia frutto di una ricerca che abbia valutato in modo trasparente benefici e rischi dei nuovi organismi. Se il parere dell’EFSA è positivo, non si vede perché le nuove colture non possano essere utilizzate, visti i benefici che esse comportano. Concludendo è da confermare e sostenere la politica comunitaria attualmente perseguita. Non è condivisibile il comportamento dello Stato e del Ministero italiano, influenzato da spinte ideologiche e commerciali, inaccettabile soprattutto perché si permette al contempo l’importazione e l’utilizzo di cereali OGM per l’alimentazione animale in grande quantità. Ciò detto, alla luce di una visione federalista dell’Europa, agli Stati Membri va comunque lasciata la possibilità di accettare o meno la Direttiva Europea. Deve essere una loro libera scelta, e non un’imposizione venuta dall’alto.

2. Secondo l’ACEA (Associazione dei Costruttori Europei di Automobili), le misure europee sulle emissioni di CO2 penalizzeranno la competitività dell’industria automobilistica di tutto il continente. Considerato che il trasporto su gomma contribuisce comunque a circa 1/5 delle emissioni ed è l’unico in aumento, lei come affronterà la questione?

Il costante miglioramento degli standard tecnologici per le nostre auto ha portato l’Europa ad avere il parco vetture più efficiente e meno inquinante al mondo. La direzione è quella giusta e crediamo si debba continuare anche in futuro su questa strada. Dobbiamo anche considerare che gli standard sempre più elevati creano importanti ricadute positive in investimenti in ricerca e sviluppo. Le tecnologie sviluppate per il mercato europeo rappresentano la frontiera della ricerca e sono poi esportate dalle nostre industrie in tutto il mondo: crediamo che questo sia un importante fattore competitivo, in realtà. Come ogni misura, è tuttavia necessario valutare attentamente l’impatto prima di decidere nuove misure. In particolare, merita una riflessione la tempistica per l’adozione di nuovi standard: la ricerca tecnologica ha costi e tempi di sviluppo di cui bisogna tener conto. Così come l’introduzione delle nuove soluzioni nelle catene di montaggio. C’è comunque da osservare che i timori dell’ACEA sono per certi versi infondati, perché i limiti imposti si applicano a tutte le vetture commercializzate in Europa, e non solo a quelle prodotte in Europa. Su questi punti, ACEA deve assolutamente essere ascoltata e coinvolta nei processi decisionali. Non ha senso regolare un settore, soprattutto uno importante come l’industria automobilistica, senza parlare coi protagonisti di quel settore e senza tener conto delle loro esigenze. Non si parla infatti solo di regolazione ambientale: si parla anche di investimenti, occupazione e sviluppo.

3. Il prossimo Parlamento voterà il pacchetto su rinnovabili ed emissioni di gas serra proposto dalla Commissione Europea per il 2030. Quali misure ritiene adeguate e di quali proporrà invece una modifica?

Negli anni passati, l’Unione Europea si è già data obiettivi ambizioni per il 2020 e ha cercato di porsi come guida a livello mondiale nello sforzo per limitare le emissioni di CO2. Le altri grandi economie non hanno però raccolto fino in fondo la sfida, lasciando che i Paesi europei pagassero praticamente da soli. L’UE emette oggi circa il 10% del totale mondiale e questa quota è in costante calo. Dati alla mano, le nostre emissioni stanno scendendo, mentre quelle degli altri aumentano rapidamente. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, nel 2030 Cina, Stati Uniti e India avranno emissioni pari a un multiplo delle nostre: cercare da soli di cambiare le cose non porta da nessuna parte. Abbiamo bisogno di cooperare con le altre grandi economie, di impegnarci tutti seriamente a livello globale. Altrimenti noi europei finiremo solo per rinunciare a parte del nostro benessere senza reali benefici per il clima della Terra. I nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 proposti dalla Commissione Europea (-40% rispetto al 1990) sono senza dubbio ambiziosi e condivisibili, nell’ottica di continuare degli sforzi fin qui sostenuti. La nostra posizione è favorevole, ma solo in presenza di chiari impegni da parte delle altre grandi economie che vadano nella stessa direzione. In questo quadro, per esempio, FARE è a favore della realizzazione dei grandi assi di trasporto veloce di merci e persone su rotaia, bloccate o ritardate sia da fenomeni del tipo no TAV, sia dall’uso a pioggia e clientelare dei fondi strutturali che, invece, dovrebbero essere dedicati a trasporti, energia e ricerca scientifica. È necessaria quindi una azione politica forte della Commissione che spinga tutte le grandi economie a farsi carico del problema. Per quanto riguarda le rinnovabili siamo invece contrari all’introduzione di un nuovo obiettivo vincolante più alto (27%). Gli obiettivi al 2020 hanno già favorito un’ampia diffusione delle rinnovabili (20%), ma a caro prezzo per le economie europee, sia come sussidi, sia come distorsione dei mercati. Un’ulteriore diffusione delle rinnovabili è assolutamente auspicabile, ma deve avvenire con meccanismi di mercato e senza penalizzare le economie europee. Per farlo, esistono molti strumenti più efficienti dei tetti imposti per legge e dei sussidi. Pensiamo a strumenti che siano in grado tenere conto delle basse emissioni delle rinnovabili senza stravolgere il mercato. Come per esempio un sistema di permessi di emissione profondamente rinnovato, oppure una carbon tax a livello europeo. In ogni caso, è giunto il momento che le fonti rinnovabili camminino con le proprie gambe e combattano ad armi pari con altre fonti. Le rinnovabili sono state sostenute non solo per ridurre le emissioni, ma anche per ridurre la dipendenza europea dalle importazioni. Anche in questo caso rappresentano però solo uno strumento, in concorrenza con altre soluzioni tecniche. Pensiamo per esempio all’efficienza: è giunto il momento di farle competere. Lasciamo decidere ai clienti finali, se è meglio produrre un megawattora in più col solare o risparmiarlo investendo in motori più efficienti o case isolate meglio.

4. L’Italia ha recentemente recepito la Direttiva Europea 2010/63 che regola l’uso di animali a fini sperimentali, introducendo alcune restrizioni supplementari non previste dalla Direttiva originale. Ritiene che sia l’Italia a dover fare un passo indietro, o l’Europa a introdurre restrizioni analoghe?

L’applicazione della direttiva 2010/63 in Italia è stata fatta in modo pilatesco. Da una parte infatti, per accontentare le pulsioni del mondo animalista, come al solito molto rumorose, sono state introdotte una serie di restrizioni che hanno allarmato il mondo della scienza e della ricerca. Dall’altra però non ha accontentato gli animalisti perché costoro lamentano la permanenza di altre norme ed eccezioni che di fatto permettono in qualche modo di bypassare i divieti della direttiva. Il discorso è molto semplice. La sperimentazione animale è indispensabile per sviluppare farmaci e tecniche cliniche innovative, piaccia o meno. Va certamente disciplinata al fine di non causare agli animali sofferenze inutili, ma non se ne può fare assolutamente a meno. La direttiva europea è un tentativo in tal senso, certamente perfezionabile. Essa va applicata senza andare dietro a istanze irrazionali e demagogiche, creando confusione e mettendo in difficoltà la ricerca, già così tanto penalizzata in Italia.

5. L’ECDC (European Center for Disease Prevention and Control) gestisce programmi specifici per il controllo delle malattie prevenibili coi vaccini. Ritiene adeguati gli attuali programmi? In caso contrario, quali cambiamenti riterrebbe opportuni?

I vaccini sono una conquista fondamentale per il genere umano. Essi hanno permesso di contenere e anche sconfiggere malattie tremende. Senza vaccino il vaiolo mieterebbe ancora molte vittime. Senza vaccino altre malattie la cui pericolosità non è forse percepita dalla opinione pubblica (per esempio il morbillo) avrebbero una larga diffusione creando sofferenza e molti decessi. Si sta diffondendo in settori marginali della popolazione una paura dei vaccini, irrazionale e non basata su conoscenze scientifiche. Alcuni politici demagogicamente cavalcano questi sentimenti ed hanno messo in discussione la obbligatorietà dei vaccini. Anche la magistratura a volte ha avviato inchieste ridicole (esempio l’ultima che associava l’autismo ad un vaccino) basate su puro furore ideologico. I programmi di vaccinazione vanno difesi ed estesi. Non tutti i vaccini, ma quelli fondamentali, su cui c’è accordo generale nella comunità scientifica e la cui utilità è stata dimostrata al di là di ogni ragionevole dubbio. Quelli per cui i rischi per la salute associati al vaccino (che non sono mai nulli) sono comunque minori dei rischi derivanti dalla malattia. Fare diversamente vuol dire mettere a rischio per interessi politici di bassa cucina la salute di milioni di individui.

Italia Unita per la Scienza: noi ci siamo!

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Anche quest’anno il gruppo Dibattito Scienza ha deciso di sostenere l’iniziativa Italia Unita per la Scienza. Per spiegare di cosa si tratta, lascio la parola agli organizzatori.


FlyerA5_BNQuella per la corretta informazione scientifica è una sfida cruciale.
Una sfida che stiamo perdendo.
Non nascondiamoci: in Italia la cultura scientifica è pressoché inesistente. Un po’ sarà colpa degli scienziati, un po’ degli italiani, un po’ dei media. Ma la realtà dei fatti è davanti ai nostri occhi e, credeteci o meno, ne stiamo pagando le conseguenze. La pseudoscienza è entrata nelle farmacie, la troviamo sulle nostre tavole. Si è intrufolata negli ospedali. La rete ne è invasa, Facebook è diventato un campo minato.
Per il cittadino poco informato la pseudoscienza è dietro l’angolo, a volte facilmente smascherabile, a volte estremamente convincente, spesso seducente. Non possiamo permetterlo. Non se in gioco c’è la salute delle persone, la salute dei nostri cari, la salute di chi soffre e cerca, disperatamente, un appiglio.
Bisogna imparare a dare il giusto peso all‘emotività e alle argomentazioni razionali, giustificate. Non possiamo affidarci a persone prive di competenza, che si approfittano di noi: dobbiamo imparare a riconoscere se chi parla è affidabile. Dobbiamo sviluppare lo spirito critico, importante, sì, nella scienza, ma anche nella vita di tutti i giorni.
Ce ne siamo accorti lo scorso anno, con gli assalti ai laboratori di ricerca. E’ lì che la nostra “battaglia” è cominciata. Una battaglia fatta da carta, penna e computer e tanta voglia di scrivere e smuovere le cose. Sono nati così nuovi movimenti culturali e scientifici. Da prima isolati, alcuni di noi hanno cominciato ad unirsi. Zitti zitti, tra Facebook ed email, avevamo un’idea. Nasceva così Italia Unita per la Scienza.
L’8 Giugno 2013 (“Italia unita per la corretta informazione scientifica”) abbiamo parlato di scienza e di informazione in 16 città italiane, coinvolgendo 90 diversi esperti. Sperimentazione animale, cellule staminali, OGM e scie chimiche sono solo alcuni dei temi trattati.
E ci siamo resi conto che anche dei semplici studenti, giovani ricercatori e appassionati di scienza, senza un soldo a disposizione, potevano contribuire e fare grandi cose. Abbiamo messo una prima pietra.
Ma non possiamo fermarci.
Non dobbiamo aspettare i casi Stamina o gli assalti ai laboratori per parlare di scienza e spirito critico. Non possiamo permettercelo, per non commettere gli stessi errori.
E’ per questo che ci riproviamo: torna Italia Unita per la Scienza, ma vogliamo fare le cose in grande.
Segnatevelo sul calendario: la settimana è quella dal 19 al 24 Maggio (“La bufala è servita: tra scienza e pseudoscienza”, questo il titolo).
Da Milano a Bologna, da Genova a Roma, da Napoli a Catania (qui l’elenco completo in continuo aggiornamento) si parlerà di scienza e di come riconoscere la pseudoscienza. Parleremo di come, senza una competenza tecnica, possiamo evitare di credere a bufale e menzogne che girano su internet, per buona o malafede altrui.
Interverranno giovani ricercatori spigliati, docenti universitari di fama e divulgatori scientifici affermati. Venerdì 16 Maggio, presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, si terrà l’evento inaugurale con Marco Cattaneo (Le Scienze), Dario Bressanini, Beatrice Mautino (CICAP) e Alessandro Vitale (CNR, Milano). Poi tutti gli altri. Si eviteranno le classiche lezioni universitarie e i seminari: vi saranno infatti anche caffè scientifici, incontri nelle librerie o nelle scuole, eventi di piazza o altro ancora: tutto questo perché ci teniamo ad adottare modalità giovani, coinvolgenti e soprattutto alla portati di tutti. Non vi proporremo una verità assoluta, ma un approccio, uno spirito critico per prendere autonomamente posizioni sui temi scientifici, basate su fatti e non dicerie. E un ampio spazio per un dibattito costruttivo e stimolante. Perché l’importante è non smettere mai di fare domande.
A sostenere l’iniziativa, in prima linea ci saranno Pro-Test Italia, Città della Scienza di Napoli e ANBI (Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani).
Per poter garantire al pubblico le location ideali, per coprire i costi logistici e di pubblicità, quest’anno abbiamo fatto partire una raccolta di fondi nazionale. Solo così potremo rendere questo evento la regola e non l’eccezione.
Se trovate che la nostra sia una causa da supportare, se credete che non si possa prescindere dall’informazione scientifica, se volete anche voi dare il vostro contributo, questa è la vostra occasione.
Vi chiediamo poco.Il costo di un caffè, una birra, un cocktail. Per i più motivati una cena fuori, un paio di jeans. Un piccolo sacrificio per qualcosa di grande e di cui abbiamo bisogno. Se la raccoltà funzionerà allora aspettatevi questi eventi sempre più frequenti, sempre migliori e sempre più convinti che questa è una strada da percorrere per migliorare il futuro di tutti.

Noi ci crediamo, e voi?

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Federico Baglioni, Ambra Giulia Marelli (coordinatori nazionali di “Italia Unita per la Scienza”)
www.italiaxlascienza.it (Facebook)

Elezioni europee – Le domande di Dibattito Scienza

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europeanparliamentIl 25 maggio 2014 gli italiani si recheranno alle urne per eleggere i membri del nuovo Parlamento Europeo. In occasione di questo evento, Dibattito Scienza ha deciso di porre alcune domande di carattere scientifico ai leader dei partiti/movimenti candidati. Le domande sono state selezionate dagli utenti del forum e del nostro gruppo Facebook, e riguardano temi di competenza esclusiva o concorrente dell’Unione (Agricoltura e pesca; Ambiente; Energia; Ricerca e Innovazione; Sanità Pubblica). Tutte le forze politiche coinvolte sono invitate a partecipare, inviando le loro risposte all’indirizzo email info@dibattitoscienza.it. Le risposte pervenute entro domenica 18 maggio saranno quindi pubblicate sul sito di Dibattito Scienza e su quello della rivista Le Scienze.

Attenzione: le risposte dovranno rappresentare la posizione ufficiale del partito/movimento. Per questo motivo, saranno considerate valide soltanto le risposte firmate o comunque autorizzate dai leader delle diverse forze politiche. I partiti sono invitati a non superare il limite di 3 cartelle (6000 battute) per ciascuna risposta.

Ecco le domande:


  1. Attualmente l’autorizzazione all’immissione in commercio di varietà agricole geneticamente modificate (OGM) viene rilasciata direttamente a livello europeo. Ritiene soddisfacente questa situazione, e la procedura relativa? In caso contrario, che cosa cambierebbe?
  2. Secondo l’ACEA (Associazione dei Costruttori Europei di Automobili), le misure europee sulle emissioni di CO2 penalizzeranno la competitività dell’industria automobilistica di tutto il continente. Considerato che il trasporto su gomma contribuisce comunque a circa 1/5 delle emissioni ed è l’unico in aumento, lei come affronterà la questione?
  3. Il prossimo Parlamento voterà il pacchetto su rinnovabili ed emissioni di gas serra proposto dalla Commissione Europea per il 2030. Quali misure ritiene adeguate e di quali proporrà invece una modifica?
  4. L’Italia ha recentemente recepito la Direttiva Europea 2010/63 che regola l’uso di animali a fini sperimentali, introducendo alcune restrizioni supplementari non previste dalla Direttiva originale. Ritiene che sia l’Italia a dover fare un passo indietro, o l’Europa a introdurre restrizioni analoghe?
  5. L’ECDC (European Center for Disease Prevention and Control) gestisce programmi specifici per il controllo delle malattie prevenibili coi vaccini. Ritiene adeguati gli attuali programmi? In caso contrario, quali cambiamenti riterrebbe opportuni?

OGM: Dibattito Scienza scrive a Repubblica

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Il gruppo Dibattito Scienza ha scritto alla redazione di Repubblica una lettera per segnalare le imprecisioni contenute in un articolo sul tema degli OGM, pubblicato di recente sul noto quotidiano. Ecco il testo della lettera.


Spett.le Redazione

Articolo Repubblica OGM - small

In un recente articolo apparso su Repubblica, sono riportate alcune dichiarazioni da parte di figure istituzionali, sul tema OGM, che così come presentate nell’articolo, sembrano discostarsi dalla realtà dei fatti. Noi di dibattitoscienza.it siamo profondamente convinti che le decisioni politiche, quali che siano, debbano essere prese sulla base delle migliori evidenze disponibili, e non basarsi su convinzioni errate o distorte, mistificazioni o vere e proprie leggende metropolitane. Per questo motivo abbiamo ritenuto opportune alcune precisazioni, al fine di chiarire i punti più ambigui di un argomento, quello degli OGM, riguardo al quale sono fin troppo diffuse svariate convinzioni non rispondenti alla realtà dei fatti.

Enrico Rossi, presidente della Regione Toscana, parla di «possibile contaminazione ogm». Tutti gli ibridi commerciali convivono da decenni con le varietà tradizionali, senza che questa commistione abbia mai snaturato queste ultime. Non c’è ragione di pensare che in futuro le cose andranno diversamente. Anche per quanto riguarda le varietà più moderne (quelle ottenute con la tecnica del DNA ricombinante, i cosiddetti OGM), i quindici anni di utilizzo sul campo in tutto il mondo hanno mostrato come queste varietà si aggiungano a quelle già coltivate, senza provocare la scomparsa di quelle preesistenti. Alcune varietà sviluppate in Italia, inoltre, potrebbero contribuire a salvaguardare proprio quelle colture tradizionali la cui sopravvivenza è minacciata dalle malattie¹. Alla luce dei fatti, quindi, il rischio di una “omogeneizzazione genetica” delle colture è da considerarsi irrilevante. Diversa è la questione del rifiuto da parte del settore biologico di rilasciare la relativa certificazione qualora si riscontrassero determinati livelli di ibridazione (contaminazione) con ibridi commerciali GM (se la contaminazione avviene con ibridi commerciali non ottenuti per ricombinazione genetica, essa è invece tollerata). Su questo punto è compito della Regione stabilire, con opportuno Regolamento, le disposizioni che garantiscano la convivenza dei due settori. Convivenza che, in tutte le nazioni in cui gli OGM sono coltivati da anni, si è ampiamente dimostrata possibile. Non possiamo fare a meno di notare, a questo proposito, come le Regioni italiane siano in grave ritardo nella stesura di detti Regolamenti; ritardo che sta costando all’Italia pesanti sanzioni. Sempre Enrico Rossi parla anche di «rischio idrogeologico». Non si capisce quale legame ci possa essere tra questo rischio e l’impiego di particolari varietà agricole. Il rischio idrogeologico va affrontato con opportune disposizioni che tutelino il territorio, la cui applicazione ed efficacia non possono dipendere dalle scelte commerciali di un’azienda agricola. Le leggi sulla tutela del suolo devono valere per tutte le aziende, siano esse biologiche o high-tech.

Maria Grazia Mammuccini, vicepresidente dell’Associazione Italiana Agricoltura Biologica, sembra accostare l’impatto ambientale delle pratiche agricole alla sola agricoltura convenzionale. Tutte le pratiche agricole hanno un impatto ambientale, che deve essere valutato, affrontato e ridotto al minimo. Anche l’agricoltura biologica ha un impatto ambientale (basti pensare all’uso del solfato di rame o della tossina Cry, la stessa degli OGM di tipo BT), così come anche in agricoltura intensiva è possibile adottare pratiche che ne riducano gli effetti dannosi per l’ambiente. Addirittura, alcune moderne varietà high-tech, sviluppate appositamente per il Made in Italy², potrebbero contribuire a ridurre l’uso di pesticidi. Sempre Mariagrazia Mammuccini parla di «semine illegali di ogm». Non è illegale seminare varietà GM in Italia, se queste sono regolarmente approvate dalla UE . È invece illegale l’accanimento con cui alcune Istituzioni si ostinano a impedire ai cittadini italiani di coltivare le varietà regolarmente autorizzate. Illegalità che, perpetrata consapevolmente dalle Istituzioni a danno dei cittadini (un comportamento di una gravità a dir poco preoccupante), sta costando all’Italia pesanti sanzioni.

Sperando di avere contribuito a portare un po’ di chiarezza, nella consapevolezza che l’ambiguità delle dichiarazioni riportate potrebbe essere solo il risultato di un equivoco, dovuto alla necessaria sinteticità di un articolo di giornale, porgiamo Distinti Saluti.

Gruppo Dibattito Scienza


¹ Si va da varietà di vitigno Nero d’Avola resistente ai virus, al pomodoro San Marzano (oggi praticamente estinto) del quale già esiste una varietà resistente alle malattie, ma che non può essere coltivata perché rientra nella categoria degli OGM, per i quali da anni non sono più state autorizzate semine in campo aperto.

² Ve n’è uno rilevante per il territorio toscano: l’ulivo resistente alla rogna e all’occhio di pavone. Queste varietà, sviluppate dall’università della Tuscia, nel 2012 sono state distrutte assieme ad analoghe varietà sperimentali di kiwi e ciliegi perché, rientrando nella categoria degli OGM, non è più stato possibile coltivarle in campo aperto.

Intervista a Ilaria Capua: “Mi batto come una leonessa per difendere la scienza”

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205ilariacapuaDibattito Scienza ha intervistato la virologa Ilaria Capua, ricercatrice di fama internazionale che ha deciso di impegnarsi in politica con il partito Scelta Civica. Con la dottoressa Capua abbiamo parlato della proposta di modifica alla direttiva europea sulla sperimentazione animale, ma non solo. Più in generale, come Dibattito Scienza eravamo interessati a capire come il mondo della politica interagisce con quello scientifico: la scienza viene ascoltata? Prima di prendere una decisione, il politico si informa o guarda semplicemente al proprio tornaconto? E cosa può fare una persona che ama la scienza per far sentire la propria voce in Parlamento? Ilaria Capua ha risposto così.


1) Come giudica la decisione del Senato in materia di animali destinati alla sperimentazione?

L’emendamento che è stato approvato dal Senato contiene una serie di indicazioni ragionevoli, come ad esempio la decisione di voler ridurre il numero di animali utilizzati per la sperimentazione. Accanto a questi provvedimenti di buon senso, però, ci sono misure che di fatto taglierebbero fuori la ricerca italiana dall’Europa, perché impongono vincoli e divieti che i colleghi degli altri Paesi europei non hanno. Penso ad esempio al comma e), che intende vietare gli esperimenti che non prevedono anestesia, o al comma f), che vieta gli xenotrapianti e la ricerca sulle sostanze d’abuso. Con questi vincoli, i nostri ricercatori non potranno più competere a livello europeo. Tra l’altro, quando il governo recepirà la direttiva, non potrà farlo introducendo misure più restrittive rispetto al testo originale, altrimenti correremmo il rischio di incorrere in una procedura di infrazione. C’è poi un problema di tempistiche: se la Camera non approverà l’emendamento, il provvedimento ritornerà al Senato che dovrà rimetterci mano. Questo allungherebbe notevolmente i tempi per il recepimento, cosa ancora più grave perché il pacchetto di leggi europee deve essere approvato insieme, e noi abbiamo già accumulato enormi ritardi nel recepimento delle direttive. In ogni caso stiamo parlando di un disegno di legge che delega il governo al recepimento di direttive europee. Quindi in ogni caso sarà il governo che dovrà proporre un testo definitivo (che potrà contenere o meno l’emendamento, o anche solo parte di esso) che poi dovrà essere ridiscusso in parlamento. Io mi sto battendo come una leonessa per far valere le ragioni della scienza, cercando anche alleanze trasversali con esponenti di altri partiti, ma non è facile.

2) Chi segue la scienza ha spesso l’impressione che i politici abbiano la tendenza a sacrificare il progresso scientifico per guadagnare consensi da spendere altrove. Questa sensazione è stata confermata più volte, anche in tempi recenti (oltre agli emendamenti sulla sperimentazione animale, si pensi ad esempio al caso Stamina o alla mozione sugli OGM). Lei cosa ne pensa? È almeno in parte così?

È vero: spesso assisto a delle prese di posizione assolutamente non scientifiche, che tuttavia trovano ricettività da parte di un’ampia percentuale del Parlamento. Il problema è che la voce dello scienziato è minoritaria, è una tra tante e per questo conta relativamente. Spesso, ad esempio, mi dicono che bisogna trovare delle mediazioni, altrimenti i tempi si allungano e non si fanno passi avanti. C’è poi un’altra cosa che ho notato, ad esempio nel modo in cui è stato gestito il caso Stamina. Quando si trattano temi scientifici, gli scienziati italiani raramente vengono ascoltati: è necessario che intervenga qualcuno dall’esterno come Nature per far sentire veramente la voce della scienza e costringere il Parlamento a tornare sui suoi passi. I nostri ricercatori hanno cercato in tutti i modi di sottolineare la mancanza di basi scientifiche nel metodo Stamina, ma sono rimasti inascoltati.

3) Alcune proposte di legge, soprattutto in ambito scientifico-tecnologico, richiedono competenze molto specifiche che spesso i politici non hanno. In questi casi, come si organizzano i gruppi parlamentari per decidere cosa appoggiare e cosa no? Quali fonti di informazione utilizza il Parlamento per prendere le sue decisioni su temi scientificamente rilevanti?

Su questo non so dare una risposta certa, perché non conosco ancora bene le dinamiche parlamentari. Quello che posso dire è che il Parlamento tende a intervenire solo quando c’è clamore mediatico. Si pensi al caso Stamina: il politico vuole accontentare la gente, per lui è importante avere il consenso popolare.

4) Chi si occupa di scienza rimane spesso allibito di fronte all’infondatezza di alcune dichiarazioni rilasciate dai parlamentari sui temi scientifici: lei pensa sia mancanza di informazione? Pensa che sia accettabile? E in caso contrario in quanto parlamentare come pensa di contrastare il verificarsi di questi fatti?

Parlo di ciò che conosco, nel caso specifico la questione della sperimentazione animale. Il problema, quando si affrontano temi di rilevanza scientifica, è che chi possiede le informazioni necessarie è soltanto una voce tra le tante. Non chiedono solo a me, che conosco la materia, ma anche ad altre persone: tutti esprimono la propria opinione. Alla fine il parere di chi è competente su un tema conta allo stesso modo di chi non la conosce, e si giunge a dei compromessi per accontentare il maggior numero di soggetti possibile.

5) Cosa crede possano fare le persone interessate alla scienza per avere più voce nel dibattito politico?

Spingere le persone che si occupano di scienza a dialogare con la politica è uno dei miei obiettivi. Credo che l’unico modo per sensibilizzare i politici sui temi scientifici sia utilizzare la stampa, amplificare il messaggio dello scienziato attraverso i media. Personalmente mi sono sentita molto avvilita quando nessuno mi ha chiamata per dirmi cosa era stato deciso dal Senato in materia di sperimentazione animale. E se faccio notare che la scienza e la ricerca sono importanti, mi viene risposto che in questo momento non sono prioritari. Ripeto, il Parlamento si attiva solo in presenza di un grande clamore mediatico, per questo credo che amplificare il messaggio della scienza attraverso i media sia l’unica strada percorribile.

6) Torniamo all’argomento di maggiore attualità: la sperimentazione animale. Le malattie infettive pongono ancora moltissime sfide, mancano cure o vaccini efficaci per l’AIDS, per alcune forme di tubercolosi, per alcune meningiti, per molte febbri emorragiche. Quella di una pandemia è uno spettro che terrorizza molti. Si possono mettere a punto nuovi farmaci per queste patologie con tecniche in vitro, o che comunque facciano a meno degli animali? Esistono almeno delle tecniche in fase di sviluppo? Se sì, quali?

Nella mia esperienza di virologa, posso dire che per testare un vaccino occorre la risposta dell’organismo nel suo complesso. Per questo è necessaria la sperimentazione animale, non è sufficiente fare esperimenti su una cellula o in vitro: è la risposta dell’organismo quella che conta. Approcci alternativi purtroppo non ce ne sono al momento, esistono tecniche abbastanza complesse allo studio, però siamo molto lontani dall’avere un surrogato di un organismo vivente.

7) Molti oppositori alla sperimentazione animale affermano che chi la effettua agisce per opportunità personale e nel disprezzo della vita degli animali. Come si sente di fronte a queste accuse, lei che, oltre a lavorare nella ricerca, è anche veterinaria? Cosa l’ha spinta a lavorare in un campo dove si fa sperimentazione animale?

A questo proposito vorrei chiarire una cosa: i ricercatori non hanno alcun interesse ad avere animali sofferenti. Affinché i risultati di un esperimento siano affidabili, è necessario che l’animale sia nelle migliori condizioni di salute possibili; se l’animale è in uno stato di sofferenza, entrano in gioco altri fattori confondenti, e l’esperimento viene falsato. I nostri stabulari sono ormai quasi degli hotel a 5 stelle, utilizziamo tutti gli accorgimenti e le strumentazioni necessarie per tenere gli animali nelle migliori condizioni possibili. Considerate che gli stabulari sono controllati da veterinari specializzati in medicina degli animali da laboratorio e non credo che i veterinari abbiano interesse a far soffrire gli animali. Chi si oppone alla sperimentazione animale adducendo queste motivazioni esprime un giudizio superficiale, probabilmente dopo aver visto delle foto di esperimenti fatti chissà dove, magari in Cina o in altri Paesi nei quali il benessere degli animali da esperimento non è normato.. Come veterinaria e come persona che lavora da 20 anni nella ricerca biomedica, resto sconcertata da certe affermazioni, le trovo superficiali e strumentali. Il convincimento che i ricercatori operino nel disprezzo della vita degli animali mi dà la pelle d’oca: ripeto, i ricercatori non hanno nessun interesse né tanto meno nessun desiderio di far soffrire gli animali.

8) Lei è nota per il suo atteggiamento anticonformista e per le sue battaglie in favore della libera condivisione dei risultati scientifici. Cosa risponde a chi dice che chi fa sperimentazione con gli animali è motivato dagli interessi delle industrie del farmaco?

La sperimentazione animale è un passaggio assolutamente necessario per portare avanti alcuni filoni di ricerca. E riguardo alle industrie farmaceutiche, ho interagito spesso con persone che ci lavorano e posso dire con certezza che, al contrario di quanto affermano gli oppositori della sperimentazione animale, queste aziende hanno interesse a ridurre al minimo il numero di animali utilizzati. L’idea che si faccia sperimentazione animale solo per soddisfare gli interessi dell’industria del farmaco è strumentale ed è pura demagogia.

9) Vuole lanciare un messaggio a chi si oppone alla sperimentazione animale?

Sì, vorrei invitarli a riflettere. Se davvero credete che la sperimentazione animale sia un atto criminale, allora per coerenza non dovreste curare né voi né i vostri figli e neppure i vostri cani, gatti e cavalli con qualsiasi farmaco che sia stato sperimentato sugli animali (cioè la stragrande maggioranza). Facciamo un esempio concreto: gli xenotrapianti che il Senato vuole vietare sono fondamentali nella messa a punto dei protocolli terapeutici in campo oncologico. Se disgraziatamente foste affetti da una forma di cancro, rinuncereste a curarvi con una terapia (ad esempio con la chemioterapia) perché testata su animali? Ed inoltre, vi assumereste la responsabilità di far morire di leucemia anche un solo bambino perché un nuovo farmaco promettente non è stato sperimentato a sufficienza e quindi non può essere messo sul mercato?